Quando in un bosco ne percepisci la bellezza e diventi tutt'uno con il bosco, allora, intuitivamente, sei in armonia e in pace con le Dee e con gli Dei. Essi sono parte della nostra vera natura, la nostra Natura Profonda, e quando siamo separati dalla nostra vera natura, viviamo nella paura. Percepire questa normalità vuol dire dare un senso reale al vivere che è insito in tutte le cose.
Intraprendere la Via Romana al Divino significa iniziare un percorso di risveglio: praticando l'attenzione e la consapevolezza continua ci incamminiamo lungo una strada sapendo che ciò che conta è il cammino per sè più che la destinazione. When you, entering a forest, perceive the beauty of the forest and you feel to be in a complete harmony with it, then, intuitively, you are in peace with the Deities. They are an essential part of our real nature, our Deep Nature, and when we are separated by our real nature we live in the fear. Perceiving such normality means giving a real sense to our lives.
Undertaking the Roman Via to the Deities implies a path to awakening: with the practice of continuing consciousness and awareness we undertake our walking knowing that taking the path is more important than the destination itself.
Sono nato e risiedo nella Tuscia (Alto Lazio) ed uno dei luoghi più belli di questa splendida regione è senza dubbio la Faggeta posta sulla sommità del Monte Cimino. Il faggio non è un albero che si incontra facilmente nel panorama italiano: per questa ragione dalle nostre parti andiamo molto fieri ed orgogliosi di questo splendido santuario naturale.
Il Faggio nella Spiritualità Tradizionale è uno di quegli alberi che rappresenta l'assialità e l'unione fra i Tre Mondi: quello Infero, la Terra e quello Supero. Nella Tradizione Romana rientra fra gli Arbores Felices, quindi in particolare connessione con gli Dei e le Dee del Cielo e della superfice della Terra: con il suo legno venivano realizzate coppe per lo svolgimento di molti rituali sacri anche perchè veniva considerato apportatore di salute.
Il nome sacro di questo albero è Fagutal e ciò lo rimanda ad uno dei colli sacri di Roma per l'appunto il Fagutal così denominato per la presenza appunto di un bosco sacro di faggi dedicati a Juppiter Fagutalis (Giove del Faggio). L'albero quindi è sacro a Giove e in particolare a Giunone (nonchè a molte ninfe dei boschi)in quanto polarità femminile dato che tutti gli alberi esprimono la polarità femminile.
Il faggio è uno di quegli alberi, come le Querce Madri, che non può essere tagliato o violato se non dietro consultazione di un pontefice o di un augure. Per la sua longevità, ogni offesa recata a questo albero simbolicamente rappresenta un'offesa alla vita: ancor oggi dalla credenza popolare è considerato di pessimo auspicio il taglio del faggio.
One of the most important term in the
Traditional Roman Religion is the verb colere
(to cultivate) from which derives the expression: Colere Deos/Deas. It resumes a particular feeling and a way of
living still very shared among the modern Cultores.
Not accidentally, terms like cultura
(culture) and cultus (cult) derive
from this verb.
Cultores do not "pray" in conventional terms:
Gods/Goddesses must be "cultivated". Colere actually describes also the act of farming, taking care of a
field according to the inner Nature’s laws (agri-culture).
Cultivating a field and cultivating Gods/Goddesses state an active relation of taking care with a spiritual disposition
and concrete actions inspired by the perception of the immutable laws on the
Nature and the Universe.
Colere Deos/Deas,
Colere Agros
describe the same modality to approach the Divine Sphere which coincides with
the modality to approach Nature based on “respect” evidencing our limits and
our right place in the natural order.
Colere Deos/Deas is firstly a spiritual attitude
involving a constant personal commitment through the practice of Virtus and Pietas, fundamental principles to undertake the Roman Via and to maintain its course. This
attitude can be materialized in rituals and ceremonies but above all it
presupposes the adoption of some basic values. For example Fides, describing the reciprocal religious duties between
mankind and Deities and among humans, is embedded in loyalty, honesty, fairness
in actions and expressions. Constantia, the coherence and
firmness in principles and purposes, appears in everyday life through the
firmness and perseverance in behaviours. Gravitas, a peaceful and
sound force deriving from personal ethic values, can be manifested by dignity
and composure in actions and expressions.
Cultivating plants and cultivating Deities are
forms of respecting the natural course,
practicing a virtue, a spiritual discipline, an ancient knowledge linked to the
Ancestors. Acknowledging the living presence of the Deities in Nature, any action
of cultivating represents a way to improve and cultivate the individual
material and spiritual life. This explains why any activity related to Earth
and Nature (i.e. agriculture itself) is considered sacred because fundamentally
seen as a rite.
As a good farmer, a modern Cultor, as in the past, practices a conscious attention towards
signs and signals coming from Gods/Goddess also as energies of Nature: he/she makes
all considered necessary to live in harmony with those energies and forces
giving life to reality (Pax Deorum).
Religion and agriculture are thus very similar
spheres because both dimensions imply a (re)connection with Nature, her
energies, time and rhythms where physical and spiritual elements are (re)joined
together.
This living flow is sacralised in several Divine
expressions as manifestations of rhythms of life, signs and values coming from
a living environment speaking not only a biological and physical language but
also a spiritual one.
Today the concept of Colere Deos/Deas is likely to have therefore greater importance: it
implies, among others, an opportunity to understand again the language of
Nature and the Universe to communicate again with our Mother Earth.
This sound feeling in honouring Nature as
expression and manifestation of honouring Deities was broken down by
Christianity: according to Augustine of Hippo, Nature is “massa diaboli et perditionis”. Such a view is
at the base of the modern de-sacralization of Nature seen as object, a dis-organic mass of inert
matter, to be manipulated by science and technology.[1]
As consequence of this, agriculture for example
today is a totally de-sacralized activity, just a profane act based only on
land exploitation for economic goals. Deprived of its religious meaning,
agriculture is often a highly polluting non-sense job: the same can be
evidenced in all the human activities deprived of this sacred dimension. Anything
is thus polluted at environmental, health and psychological level.
Colere Deos/Deas describes therefore a “rejoining path”,
a Via to become again in harmony with
the Earth and Nature which today are likely to be completely separated from us
by a high wall only partially solved by the illusion of science and technology.
When one can feel to be again integral part of the Nature, with no claims to
dominate her and consequently to dominate Deities, this wall will disappear and
the Nature and the reality around us won’t be no longer sources of anxiety,
fear and anger.
[1] Sermonti G. (1982),
“L’anima scientifica”, La
Finestra, Rome.
Una delle parole più importanti
della Religione Tradizionale Romana è certamente il verbo colo (inf. colere) da cui
deriva l’esspresione: Colere Deos/Deas.
Questa espressione sintetizza un particolare modo di sentire e di vivere, che è
ancora molto presente fra i Cultores
contemporanei, e descrive la caratteristica di colui/colei dotato di virtus e pietas.
Coltivare gli Dei/Dee è un’opera
che richiede un impegno personale costante ed una forza tranquilla: lo strumento
principale per alimentare questa forza tranquilla è la pratica della Virtus
che è il principio fondamentale per intraprendere la Via e mantenersi sul suo
percorso. Una disposizione adeguata dello spirito quindi, che si materializza
in riti, cerimoniali ma soprattutto in alcuni valori fondamentali. Innanzitutto
la Fides
che descrive la reciproca obbligazione religiosa e morale tra l'umanità
ed il Divino, e fra tutti gli uomini. La Fides si esprime nella lealtà, fedeltà, onestà
negli atti e nelle parole, nella vita pubblica e privata, nella reciproca
fiducia e sicurezza. Vi è poi la
Constantiaovvero assoluta
coerenza e saldezza di principi e propositi. Essa traspare nella quotidianità
per mezzo della fermezza e la perseveranza negli atteggiamenti. Quindi deve
essere segnalata la Gravitas,
una forza tranquilla e sicura di coscienza del proprio valore morale. Si
manifesta nella dignitosa compostezza degli atti e delle parole.
E’ importante evidenziare che il
verbo colere descrive anche l’atto
della coltivazione della Terra, avere cura della coltivazione, seguendo le
leggi più intime della Natura. Coltivare la terra e coltivare gli Dei/Dee
esprime quindi un rapporto attivo di cura, di opera, di attività basato sulla
percezione di leggi immutabili della Natura e dell’Universo di cui fa parte
anche l’uomo e la donna, la famiglia, la comunità e lo Stato.
Coltivare le piante nel rispetto
delle leggi Naturali e coltivare gli Dei/Dee, come fa il buon contadino,
significa esercitare in primo luogo la
Virtù, una disciplina dello spirito, la pratica e l’esercizio
di un sapere antico che rimanda agli Antenati (mos maiorum). Riconoscendo la presenza del Divino nella Natura, nelle
piante e nella pratica della coltivazione e considerando l’agricoltura stessa
come dono divino, si riconosce un modo di “coltivare” la vita stessa.
Per questo motivo, come il buon
contadino, il Cultor, oggi come in
passato, compie tutti quegli atti destinati a vivere in armonia con quelle
forze ed energie che riempiono la realtà. “Coltivare gli Dei/Dee”, con gli
strumenti della Pietas e della Virtus, significa incamminarsi sulla Via
Romana diretta a conseguire la
Pax Deorum.Colere Deos/Deas e Colere Agros consentono quindi di realizzare un uomo e una donna
con salde radici nella propria terra e nel proprio spirito, nello Spazio e nel
Tempo.
Questo approccio spirituale spiega
ad esempio perché il lavoro agricolo debba essere considerato un'attività sacra perché è un rito rivelato dal Divino tramite un mito. Lo scopo
dell’agricoltura, così come della pratica religiosa, non è quello di ottenere qualcosa, nel senso profano del
termine, ma giungere al perfezionamento dell’essere umano perché si mira a nutrire il corpo e lo spirito come
entità che si fondono in ciascun individuo. Riallacciarsi agli Dei/Dee è quindi
anche sinonimo di riallacciarsi alla Natura, alle sue Energie, ai suoi tempi e
ai suoi ritmi: la vita diventa più semplice (sin-plex: senza piega), più “naturale” e quindi più frugale perché
la parte fisica e quella spirituale si ricongiungono in pace ed in armonia.
Colere Deos/Deas, Colere Agros quindi descrivono lo stesso
concetto: una modalità di approcciarsi al Divino che coincide con quello di
approcciarsi alla Terra e alla Natura sulla base, in entrambi i casi, del
“rispetto”, della percezione del “limite” ad indicare il nostro giusto posto
nell’ordine delle cose.
Non casualmente. da questo verbo
derivano quindi i termini cultura e cultus: sono proprio i termini cultus e Cultor che descrivono l’attenzione nei confronti dei segni e delle
voci che provengono dagli Dèi, in primo luogo come energie vivificanti la Realtà e la Natura, ma anche come
componenti intrinseche dell’essere civis
perno centrale della civica, della comunità e dello jus civile.
La percezione di questo flusso
vivificante trova molteplici espressioni divine che diventano espressioni
sacralizzate di un ritmo vivente, di segni, segnali e valori di una rete in
comunicazione continua che parla con un linguaggio biologico e fisico ma anche
meta-fisico.
Per questo il concetto di Colere Deos/Deas è oggi un principio
religioso di grande importanza perché significa anche tornare a capire il
linguaggio della Natura, del Mondo, dell’universo: vuol dire ricreare un
linguaggio che permetta di tornare a comunicare con la Terra.
Questo forte legame fra il
rendere onore alla Natura come espressione del rendere onore al Divino venne
spezzato con il cristianesimo: Agostino definisce la natura “massa diaboli et perditionis” e tale
concezione alla base della laicizzazione moderna della natura (1). Tale visione è
alla base della moderna de-sacralizzazione della Natura che viene vista solo
come oggetto, una massa disorganica di materia inerte, che può essere
manipolata dalla scienza e dalla tecnologia.
Senza il suo significato
religioso, lo stesso lavoro agricolo diventa profano, squallido e privo di
senso e lo stesso accade per tutte le attività umane che vengono svuotate di
questo contenuto sacro. Gli effetti di questa privazione li vediamo tutti i
giorni sia a livello ambientale che a livello della qualità della salute fisica
e psichica dell’umanità.
Coltivare gli Dei/Dee è quindi un
percorso di ricongiungimento, una Via, per tornare ad essere una cosa sola con
la realtà, la Terra,
la Natura che
oggi appaiono totalmente separate da noi da un muro insormontabile solo
apparentemente risolto con l’illusione della scienza e della tecnologia. Quando
si torna ad essere parte della Natura, senza la pretesa di dominarla quindi
senza la pretesa di dominare gli Dei/Dee, allora la realtà e la Natura cessano di diventare
una fonte di ansia, di paura e di preoccupazione.
(1)
-->Sermonti G. (1982), “L’anima scientifica”, La Finestra, Rome